Chiama ad una potente riflessione, la domanda sulla fede dei giovani che venerdì 31 gennaio, proprio nella giornata dedicata a San Giovanni Bosco, la pedagogista e già presidente dell’Azione Cattolica nazionale Paola Bignardi pone al pubblico presente in sala dove, ancora una volta, nel teatro dell’oratorio San Luigi, si rinnova un ormai tradizionale appuntamento con ospiti d’eccezione, per una conversazione aperta su tematiche di più recente attualità e sempre, appunto, in “dialogo con la città”.
L’interrogativo stavolta è quello che la coordinatrice del “Progetto Giovani” per l’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica si pone riguardo al fatto che i giovani credano ancora, sì da sfatare luoghi comuni attorno a cui si direbbe, banalmente, “non c’è più religione”. In realtà, l’assunto da cui partire è oltremodo profondo, né mai si arresta ai preconcetti che azzerano la conoscenza, e proprio come avrà a dire la Bignardi nel corso della sua arricchente conversazione, sono le domande a smuovere, più che le risposte: “le domande fanno andare avanti, le risposte fanno sedere” - dice. E sarà proprio a fronte di alcuni dati sull’attualità di giovani e fede che la ricerca esposta in questa serata ha preso il via, negli anni, senza fermarsi all’amara constatazione di una tendenza, ma cercandone piuttosto il perché. E per farlo, il gruppo di studio della Bignardi non ha potuto che tener conto di alcuni elementi: quantitativi, certo, ma davanti all’evidenza dei quali non arrendersi, per indagare a fondo, e capire. E’ il parroco Don Enzo a passarle il testimone, per dare spazio a quanto raccolto nel dialogo che ancor prima che con la nostra città, la relatrice ha approfondito nell’arco di alcuni anni all’ascolto dei ragazzi, sul loro rapporto con Dio e con l’istituzione Chiesa. Sicché, l’interesse in sala ha coinvolto anche un pubblico non solo di “addetti ai lavori”, ma di persone che, fosse solamente perché genitori, vivono una quotidianità a stretto contatto con le nuove generazioni, sì presenti ma talora altrettanto lontane dal vedersi comprese nella loro domanda di fede. Paola Bignardi ci aggiorna così su un mondo complesso e sorprendente, nel tramite di un lavoro che – dice - è anche una grande esperienza di umanità. Nel suo approfondimento infatti, l’incrocio di alcune rilevazioni del decennio 2013-2023 sul contesto giovanile si interseca con la voce degli stessi uomini e donne del domani, che a professarsi cristiano – cattoliche passano dal 56 % al 32,7% della popolazione in dieci anni, con un allontanamento dalla religione più veloce e consistente delle donne rispetto ai coetanei maschi, cioè da un 62% a un 33% della componente femminile. Qualcosa che in proiezione, se il trend fosse lo stesso e la diminuzione costante, arriverebbe persino ad un 18% dei maschi e un 17% delle femmine nel 2033, e ad un rispettivo 7% gli uni e 6% le altre, al prossimo 2050. “Vera allora una “scristianizzazione” della società”? – interroga perciò la Bignardi: - “vera l’incredulità, il non credere”? Da lì cento interviste, consistenti, pazienti, a confrontare parole e dati, realizzate in particolare a ragazzi tra i diciotto e i vent’anni, che hanno abbandonato la Chiesa. Si scopre la persistenza di domande esistenziali, sul senso della vita e riguardo al perché della morte; all’esistenza del male; a quale futuro. Emerge la ricerca di un senso, per una generazione inquieta, autodefinitasi “persa”, o come ebbe a dire una ragazza intervistata: - “..in una stanza buia, in cerca dell’interruttore” -. E se per molti l’essere cristiani è stato percepito come “andare a Messa la domenica e comportarsi bene”, si scopre che per alcuni non basti a quella ricerca di senso. Viene a galla un’idea di Dio come di ciò che non si vede e non si compra, per cui la fede è difficile; tanto quanto una predisposizione all’assoluto, che continua a cercare. Ed è la ricerca di una relazione ad esprimere questa sensibilità, cioè non se Dio esista o meno, ma se sia possibile come esperienza di relazione; come “.. la sensazione che ci sia dell’altro”. Si evince pertanto di come molti abbandonino la Chiesa, ma non la fede; alcuni, credenti, ma a proprio modo. Al “come vorrebbero la Chiesa” allora, qualcuno dice come di “una cena a casa di amici”; un contesto cioè dove stare con leggerezza e parlare con libertà. Inviti provocatori, certo, ma che la ricerca dell’Istituto Toniolo narra quindi come di un processo in atto, che trasforma il fatto religioso esprimendone al contempo un’esigenza di connettersi: con la natura, col tutto, con le relazioni. È un ambito che deve maturare nella comunità, che pure manca in contesti non confessionali, non strutturati. E a cogliere la provocazione - pare suggerire l’incontro - dev’essere la risposta, non solo ai giovani, ma anche all’oggi, nel passaggio da un modo di credere basato sull’appartenenza, ad un modo di credere personale. Non facile, per il futuro del cristianesimo e della Chiesa.